Alla fine degli
anni 70, il quartiere in cui ho vissuto, per più o meno 27 anni, era in costruzione
e aveva un nome che allora appariva futuristico. Città 2000.
Un 2000 che
sembrava lontanissimo, io avrei avuto dei bambini, un marito e una suocera con
cui passare il giorno di Natale ad anni alterni.
Insomma nel 2000,
sarei stata una donna munita di famiglia tradizionale.
Ma presto mi
dovetti ricredere perché in quel quartiere di tradizionale non c’era nulla.
Intanto la
famiglia di città ( cosi veniva chiamata
) era composta non solo da tutti quelli che ci abitavano, ma anche dai nostri
amici e dalle nostre dolci metà del momento.
Quel posto era
un’ oasi, un rifugio, dove covavamo tutte le nostre insicurezze adolescenziali
e affrontavamo alla meno peggio i drammi familiari, scolastici e sentimentali.
C’erano juventini
e interisti, gente di sinistra e di destra, anoressici e obesi, quelli un po’hippy e gli snob, gli sportivi e i flemmatici,
qualche musicista e tanti filosofi. E’successo l’impossibile in quegli anni,che
a raccontarlo non ci si crede. Anche drammi tremendi che ci hanno segnato per
sempre, tutti.
Ma ci siamo anche innamorati, fidanzati, lasciati, confidati
segreti più impensabili, spettegolato, sostenuti come solo fratelli sanno fare
e ammazzati che manco Caino e Abele. Però poi quando si stava male, la stessa
persona che avevi quasi odiato, ti riportava a casa in braccio.
E cosi un tramonto
dietro l’altro siamo diventati adulti, complicati e segnati, e a poco a poco
siamo andati via da quel rifugio.
Eppure ogni volta
che torno in Italia, in quell’ angolo di Calabria, nello stesso momento in cui
si spegne il motore della macchina che mi porta dall’ aeroporto a lì , giro lo
sguardo verso quel pezzettino di terra,
circondato da alberi, 2 panchine e una fontanella e cerco di vedere se c’e’ uno
dei miei amici di sempre.
Ed ora che ci
faranno un parcheggio, mi sento davvero come se buttassero cemento sui sogni di
una generazione intera.


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